Kounellis e Mafai

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In occasione della mostra di Kounellis nella galleria di Giorgio Persano, dopo cinquant'anni dalla sua prima mostra a Torino nel 1962, arte e critica nel numero di maggio 2012, dedica all'artista un'intervista, a cura di Roberto Lambarelli seguita da un testo di approfondimento. Nell'intervista Kounellis ricorda l'incontro con Mario Mafai che andò all'inaugurazione della sua prima mostra a Roma alla galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis,  e Lambarelli esprime alcune considerazioni sull'ultima fase della pittura di Mafai. Riportiamo qui un estratto dell'intervista e del testo.

JANNIS KOUNELLIS. PITTURA TEATRO DEL MONDO - Intervista a cura di Roberto Lambarelli

A cinquant'anni dalla sua prima mostra Jannis Kounellis torna a Torino, nella galleria di Giorgio Persano, con un nuovo lavoro

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JK: Ho fatto la mia prima mostra a Roma nel '60, a La Tartaruga, ma sì, della mia generazione a Torino era forse una delle prime mostre.

RL: Eri giovanissimo


JK: Andavo ancora all'Accademia... Ho cominciato a fare mostre così, frequentando l'Accademia. Anche Roma era molto diversa da quella di oggi.

RL: Ma anche Roma era un po' provincia. Allora, tutta l'Italia era un po' provinciale, e andava sprovincializzata.

JK: Vedi, il problema è: che cosa vuol dire il film di Rossellini Roma città aperta? Vuol dire molto, è un dramma. È un dramma italiano, diciamo, dalla fine della guerra... Roma città aperta... Mai sentito dire che una capitale diventa città aperta. Quello è un dramma, in Italia si sono vissuti dei drammi fortissimi. Potevo andare altrove, ma sono contento di essere rimasto, ho avuto una grandissima occasione, quella di vivere i drammi di un paese. Non è mica uno scherzo. Anche il fatto di avere degli obiettivi dialettici, andare fuori dall'Italia non per non tornare, ma per uscire e ritornare. Oggi siamo forse lontani da queste problematiche, però è una grandissima occasione che abbiamo vissuto, penso il dramma come modernità. Per questo continuo a fare il pittore, perché sento questo paese, i suoi musei; c'è la Madonna di Tiziano, un pittore rivoluzionario. Allora vivi il tuo dramma, questo dramma dei rapporti e del dialogo, delle mancanze, di tutto questo, contornato da un aspetto rivoluzionario colossale. Una situazione ricca di atti rivoluzionari, per questo si vive qua. Questi sono richiami che chiamano il mondo, non chiamano la chiusura. Per me il ritorno all'ordine in Italia è sempre stato un non senso, perché le cose di quel passato lì, cui siamo tutti ancorati, sono di una tale potenza che vanno al di là di un qualsiasi "ritorno all'ordine". L'Italia è destinata dalla sua cultura ad essere internazionale. Il contrario non esiste proprio nei fatti.

RL: L'arte si aggancia all'assoluto, oltre qualsiasi contingenza.

JK: È di grande apertura, ecco.

RL: Ricordavi i primi lavori, all'inizio degli anni '60.

JK: Un po' prima, 1958-59.

RL: Si conoscono i primi lavori, quelli con le scritte, ma proprio nel 1960 inauguri la mostra a La Tartaruga, poi, di lì a poco, si afferma la Pop Art. Ora, ci sono artisti che hanno sentito molto quella storia.

JK: Che hanno seguito la Pop Art, sì. E anche bravi. Come Schifano...

RL: Anche qualche torinese

JK: Anche qualche torinese, sì... Si è sentito questo clima della Pop.

RL: Tu non sei mai stato un artista pop.

JK: La Pop Art fa parte dell'iconografia americana, e per essere pop devi essere coerente. In Italia non ci sono i presupposti. C'è stato il Neorealismo, non la Pop, non è lo stesso paesaggio. Anna Magnani non è Marilyn Monroe. Non è che io non ami Marilyn Monroe! Nel 1958 sono andato per la prima volta in America; amo il mondo e amo anche, naturalmente, l'America, non è questo il problema. Ma oggi che il mondo è un po' più largo mi sento a mio agio, devo dire che amo un mondo così.

RL: Ma, sul piano operativo, come hai convissuto con quel fenomeno? A me sembra che il messaggio che davi all'inizio, tra la fine degli anni '50 e i primi '60, sia riemerso con prepotenza nel decennio successivo, nei primi anni '70.

JK: I primi lavori erano delle poesie fonetiche. Tutti quei quadri lì erano dipinti su lenzuoli ed avevano la dimensione delle pareti della mia casa di allora, in Piazza Firenze, vicino al Parlamento, io li leggevo da cantore, senza dimenticare la fonetica ed il ritmo. Anche gli ultimi lavori riguardano la poesia, non è fonetica ma è lo stesso. La liberazione dello spazio, la fine della tonalità, il ritmo, la rapidità di fare una cosa. (

RL: A cercare i grandi spazi. Hai trovato i tuoi spazi...

JK: Non sono mai andato lontano...Ho vissuto sempre qua, vicino a Piazza del Popolo. Beh, viaggiando spesso, come faccio ancora, senza essere ancorato alle abitudini, però i miei amici erano qua, ed io ho viaggiato e sono sempre tornato, anche per loro.

RL: L'idea di fare i lavori su misura delle pareti di casa usciva già dal clima romano, un po' ristretto rinchiuso nel 'quadretto'.

JK: Ricordo che alla prima mostra alla Galleria La Tartaruga Mafai mi disse che ero un pittore, ed io da allora dico sempre che sono un pittore, perché me l'ha detto Mafai!

(continua su Arte e Critica n.70 - 2012)

KOUNELLIS. IL PREZZO DELL'ASSOLUTO - di Roberto Lambarelli

È passato più di un cinquantennio dalla prima mostra a La Tartaruga di cui parla in questa intervista Jannis Kounellis. Un tempo assai lungo, che ci permette di guardare oggi al suo lavoro con spirito più oggettivo, oltre le tensioni del vivere, a volte del sopravvivere, quotidiano. Un tempo che ci permette di riconoscere nel suo percorso il valore storico di una testimonianza del suo, del nostro tempo.
 Basterebbe guardare le sue ultime opere per capire l'intensità con cui egli ha attraversato il dramma storico di questi decenni, un cammino comune compiuto tra desideri e misfatti, ambizioni e pentimenti e tante disillusioni. Ma ciò che da esse traspare non è la personale esperienza e nemmeno il travaglio di una generazione, seppure lacerata da gravi conflitti, quanto piuttosto le profonde inquietudini che appartengono, semmai, all'uomo moderno e, forse, all'umanità intera.
Guardando alla sua produzione artistica con quel misurato distacco che può permettere di avanzare un qualche giudizio storico, certo non si può non tenere conto di quella frattura nelle proposizioni avanguardiste e neoavanguardiste rappresentata dal Postmoderno. Passaggio traumatico, che ha rovesciato, o almeno fortemente indebolito, molte delle tensioni sociali e politiche di cui l'arte, volente o nolente, s'era fatta carico. Non che ci sia stato soltanto del negativo nel superamento di quelle che si sono poi rivelate essere le utopie avanguardiste, perché certe posizioni liberate dal fanatismo, a volte fondamentalista, hanno lasciato intravedere ciò che di sostanziale c'era e c'è ancora nell'utopia, nel sogno dell'arte. Accertamenti di idee e dimostrazioni di una sensibilità da lasciare in eredità alle nuove generazioni, in un mondo che va continuamente cambiando. 
L'uscita dalla logica dei due blocchi, così come il processo di globalizzazione, ovvero le due facce della stessa medaglia, emergono dalle parole dell'artista, così come il suo contraltare, la difesa ad oltranza della democrazia e del pluralismo, perché Kounellis non ha mai smarrito il filo di continuità che lega le opere, le idee e i fatti nel tempo.
All'inizio, a quella precocissima data alla quale risale il suo debutto artistico, la fine degli anni cinquanta, il clima romano non doveva essere proprio dei più aperti e stimolanti.

Kounellis giovane, ancora studente all'accademia, era rimasto colpito dalle parole di Mario Mafai che, in visita alla sua prima mostra da Plinio De Martiis, lo aveva definito pittore. A quella data Mafai non era più il pittore delle demolizioni o dei fiori secchi, ma già quello meditante il cambiamento, da molti considerato un tradimento, che lo porterà, in un gesto estremo di libertà, a rimettere tutto in discussione varando una breve stagione astratta, l'ultima della sua vita.

Ricordare Mafai penso rientri già nell'apertura pluralista che va oltre il fanatismo settario e avanguardista, ma soprattutto significa per Kounellis ritrovare il senso assoluto dell'arte, dell'essere artista, cosicché, riconosciuto dal nume, si è sentito sempre pittore.

Ricorda anche che due anni prima c'era stata alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna la mostra di Jackson Pollock. Un evento. Doveva essere impressionante il senso di libertà che sprigionava dai dripping del primo artista americano riconosciuto in patria. Riconosciuto pioniere di una generazione affrancata dall'influsso europeo (e chissà se non abbia avuto un qualche ruolo nella successiva determinazione di Mafai di abbandonare il figurativo...).

(continua su Arte e Critica n.70 - 2012)

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