Krantai 2017 (3)

Antonietta Raphael

Krantai 2017 (3)

Intervista di Giedrè Jankeviciute a Serena De Dominicis

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AN ITALIAN MODERNIST FROM LITHUANIA

On 2February 2017, a catalogue of sculptural works by Antonietta RAPHAEL MAFAI (1895-1975) Antonietta Raphael. Catalogo generale della scultura was presented in the National Gallery of Modern and Contemporary Art in Rome, compiled by Giuseppe Appella and published by Umberto Allemandi Art Press in 2016. At the end of the presentation, Giedré Jankeviciutè, an art historian from Vilnius, and Julia Reklaité, Lithuania's cultural attache in Italy, donated to Raffaella De Pasquale, the director of the fund of works by Antonietta Raphael Mafai and her husband Mario Mafai, the third volume of the dictionary of Lithuanian artists, compiled by the Lithuanian Culture Research Institute (editor-in-chief Lijana Sataviciuté-Natalevicienè, 2013). The book contains a biography of Raphael Mafai. This fact inspired the interest of the curators, and prompted a plan to present the work of this Kaunas-born Itaian modernist in the city of her birth. However, organising an exhibition is a slow and complicat process, so we begin in the introduction to Raphael Mafai in Lithuania with an interviewed with the curator Serena De Dominicis. She is interviewed here for Krantai magazine by Giandrè Jankevciutè

 

 TRADUZIONE DELL'INTERVISTA IN ITALIANO

In Lituania sta crescendo l'interesse per gli artisti di origine ebraica che nacquero qui, vissero altrove, ma non dimenticarono il loro paese natale. Tutti sanno, ed esempio, di Jacques Lipschitz, ma è per lo più sconosciuta Antonietta Raphaël Mafai, anche se il suo nome compare nel Dizionario degli Artisti Lituani. Il pretesto per inserire il suo nome nel Dizionario era il rapporto dell'artista con il suo paese d'origine. Si dice che lei ha sempre dichiarato di essere lituana. Potrebbe dire qualcosa a proposito?

Antonietta Raphaël ha sempre rivendicato le proprie origini nordiche, tradite anche dall'aspetto – la pelle chiara, gli occhi azzurro-grigio – e dall'accento che non ha mai perso. In una nota tarda di diario, in cui commenta il suo rapporto con il colore, sottolinea: "Sono nordico, lituana, la mia adolescenza l'ho trascorsa in Inghilterra. Giungere sulle coste mediterranee è stato per me una rivelazione. Mi sembrava di sentire vibrare i colori attorno a me, direi quasi più di chi ha sempre vissuto nel Sud".

Da giovane a Londra vendeva ricami a punto croce e punto erba dai disegni e colori della tradizione folcloristica, e nonostante avesse vissuto vent'anni a Londra continuò a servire il tè in bicchieri di vetro come si usava in Russia. Queste origini così marcate si tradussero inevitabilmente nell'arte. Di fronte alle prime tele del 1926-1928, la critica riconobbe subito l'ispirazione "orientale", russo-slava si diceva allora, mescolata alla suggestione della cultura ebraica. Non ci furono dubbi, tanto che Roberto Longhi azzardò una prossimità a Marc Chagall.

Antonietta Raphaël è nata a Kaunas, dopo la morte del padre, all'età di circa nove anni si è trasferita a Londra con la madre e i fratelli. Quale percorso la condusse in Italia?

Non è semplice ricostruire una cronologia precisa. Sappiamo che nacque a Kaunas nel 1895, data intorno alla quale l'artista ha creato un piccolo mistero, ritoccando persino il passaporto per assottigliare la differenza d'età che c'era tra lei e il marito, Mario Mafai. Anche il nome suscita dei dubbi. Quello vero potrebbe essere "Nechama", come suggerisce Marina Bakos, e non "Antoinette". In famiglia infatti la chiamavano "Nicomola", che potrebbe essere un diminutivo e non il vezzeggiativo cui spesso si è pensato. L'ipotesi è avvalorata anche dal fatto che spesso tale nome si imponeva alle bimbe nate in concomitanza del Tisha B'Av, una festività che nel 1895 cadde proprio il 29 luglio, giorno di nascita dell'artista. Dunque "Antoinette" che non trova riscontro nella tradizione ebraica è il nome acquisito a Londra, poi italianizzato in "Antonietta". Ad ogni modo, ella è l'ultima dei dodici figli del rabbino Simon che muore intorno al 1905, l'anno della rivoluzione di cui l'artista conserverà irrimediabilmente il ricordo. In quegli anni la politica di russificazione sostenuta da Nicola II comportò una rigida legislazione a danno delle minoranze, un deciso antisemitismo impediva agli ebrei di accedere alle scuole e i pogrom, le spedizioni perpetrate dai cosacchi a danno degli ebrei, erano violenze all'ordine del giorno. Non è chiaro se prima o in seguito alla morte del padre, ma ad un certo punto la famiglia si spostò a Ekaterinoslav in Bessarabia. In seguito al lutto, la madre Kaja Horowitz, con Antonietta e due dei suoi fratelli, raggiunse i figli più grandi già emigrati in Inghilterra. Antonietta crebbe e studiò a Londra, nell'East End, dove viveva una folta comunità di ebrei provenienti dall'Europa dell'Est. Qui restò per quasi vent'anni fino al 1924 quando, ottenuto il passaporto britannico, intraprese un viaggio per l'Europa che avrebbe dovuto condurla fino in Egitto. Non avendo stretti rapporti con i fratelli, la morte della madre avvenuta nel 1922 deve averle fornito la motivazione necessaria a partire. Come racconta lei stessa, vendette gran parte di ciò che possedeva e portò con sé solo qualche spartito, un violino, una pelle di leopardo, lo scialle della madre Kaja, una menorah, un tappeto e un'antica edizione delle Metamorfosi di Ovidio. La prima tappa fu Parigi, poi Montecarlo, Nizza e quindi Roma che le apparve più bella di quanto avesse immaginato e dove decise di fermarsi più a lungo del previsto dopo l'incontro con Mario Mafai. A questa data – siamo nel 1925 – ha trent'anni, è una colta musicista invaghita dell'arte, parla varie lingue, lo yiddish, il russo, il tedesco e l'inglese. Ha già tanta vita alle spalle e un complesso bagaglio culturale che tra Londra e Parigi si è arricchito della frequentazione di artisti di rilievo e poeti simbolisti.

Cominciò a studiare musica, perfino una delle sue biografie è intitolata La ragazza con il violino (2012), però oggi la conosciamo come pittrice e scultrice. Quali circostanze la spinsero a cambiare i suoi mezzi espressivi? Quale importanza rivestiva la musica nella sua vita?

La musica fu indubbiamente il suo primo interesse, ma la scultura fu poi il mezzo prediletto. A Londra riuscì a farsi ammettere alla Royal Academy of Music, dove poi si diplomò in pianoforte. Per pagare le lezioni vendeva ricami ispirati alla tradizione russa. Studiava con ottimi risultati, riscuotendo la stima dei suoi insegnanti. In seguito dava lezioni private di solfeggio agli allievi di grado inferiore, così da poter sostenere le spese per continuare i propri studi e progredire. Sognava un futuro nella musica, aveva immaginato una carriera da concertista che invece non arrivò mai a causa di un'inibizione emotiva, un'ansia che la paralizzava impedendole di esibirsi in pubblico. Diceva con rammarico che avrebbe potuto suonare solo celata da una tenda. Nonostante ciò non smise mai di suonare il pianoforte (suonava anche il violino) e di esercitarsi a "leggere" la musica, come diceva lei, perché "suonare" era tutt'altra cosa, come chiarisce in alcune pagine di diario. I racconti delle figlie testimoniano di come si avvicinasse sempre al pianoforte con deferenza. Affrontava spartiti di Bach, Mozart, Chopin, indugiando sui passaggi più difficili, non si trattava di un passatempo ma di un'attività che richiedeva disciplina e ore di applicazione. Sul passaporto figurava come "Pianoforte teacher". La musica fu sempre una presenza viva e costante, abitò spesso anche le sue tele comparendo sotto forma di strumenti e spartiti: dall'enigmatica Tromba d'argento oggi perduta all'Autoritratto con violino (1928), dalle varie versioni de La pettinatrice a La danza (1960) o La spiaggia di Vico (1967), tra gli altri.

L'impossibilità di non poter fare della musica la sua professione deve essere stata cosa molto dolorosa, ma Antonietta aveva una naturale predisposizione all'arte in generale. Durante gli anni londinesi faceva parte di un gruppo drammatico che recitava testi in yiddish e si esibiva al Pavilion Theatre nell'East End. Inoltre, amava frequentare le sale del British Museum, era affascinata dalla statuaria egizia e disegnava già, uno dei suoi primi disegni è datato 1911.

Del breve periodo trascorso a Parigi non abbiamo molte notizie, ma sappiamo che la prima cosa che fece una volta a Roma, nel 1925, fu iscriversi alla Scuola Libera del nudo. Poi di certo i magnifici panorami romani e l'incontro con Mafai l'hanno incoraggiata a dedicarsi alla pittura, così come la difficoltà di trovare un equilibrio di coppia per due artisti che si dedicano entrambi alla stessa disciplina e si criticano a vicenda le fornisce la scusa che attendeva per lanciarsi nella scultura. Perché Antonietta era un'autentica scultrice. Riconosceva, sì, il talento del compagno cui concesse una sorta di "precedenza", ma non rinunciò mai alla propria arte. Dunque, nel 1930 imbocca la via della scultura, anche se continuerà a dipingere fino alla fine dei suoi giorni.

Insieme al marito Mario Mafai e al collega Scipione, Raphaël è ritenuta rappresentante del gruppo postmodernista, conosciuto con il nome di Scuola di Via Cavour. È soprattutto questo che la lega a Roma, ma Raphaël trascorse molto tempo anche in Sicilia, visse a Genova... Potrebbe riassumere la geografia della sua attività, quali circostanze la indussero a vagabondare da un capo all'altro dell'Italia?

Non parlerei di postmodernismo, piuttosto in via Cavour si mise in atto un tentativo di rinnovamento dell'arte romana, allora un po' "stagnante". Fu una ventata d'aria fresca, un processo di svecchiamento antiaccademico e anticlassico di segno opposto alla corrente dominante di Novecento. L'apporto di Raphaël fu molto importante: la sua identità culturale era potente. Si trattava di un misto di tradizione ebraica e russa su cui s'innestavano un particolare senso del colore e le esperienze internazionali, la frequentazione di personaggi come Ossip Zadkin, Jacob Epstein... La carica espressionista e le magiche atmosfere misteriose delle sue tele, che la avvicinano effettivamente a Chagall, erano del tutto estranee alla tradizione italiana, ma si mescolarono felicemente all'accento barocco di Mafai e Scipione.

Dopo aver soggiornato per qualche tempo a Montepulciano e a Firenze, si stabilì a Roma nel 1928 anche se vi fu, tra il 1930 e il 1933, un periodo trascorso tra Parigi e Londra – è qui che nasce ad esempio lo splendido Yom Kippur nella Sinagoga (1931).

Roma fu una città importante non solo per le frequentazioni che ebbe modo di offrirle, ma soprattutto per le suggestioni cromatiche e luminose che hanno ispirato le sue tele.

La promulgazione delle leggi razziali fasciste del 1938 la costrinsero a lasciare Roma per nascondersi, e non solo perché essendo di nazionalità britannica poteva essere estradata come tutti coloro giunti in Italia dopo il 1919, ma anche perché era ebrea. In seguito tornerà a Roma ed è qui che morirà il 5 settembre 1975.

In Italia la campagna a sostegno della razza pura cominciò intorno al 1935 ed esplose nel giro di pochi anni. Anche numerosi periodici si schierarono contro l'arte "bolscevizzante e giudaica". Così, nell'estate del '38 Raphaël partì con la famiglia e si nascose nei pressi di Forte dei Marmi, luogo di villeggiatura frequentato da noti personaggi dell'universo artistico di quegli anni, Alberto Savinio, Mino Maccari, Ardengo Soffici, il critico Roberto Longhi. Nell'autunno del 1939, si trasferì a Quarto dei Mille vicino a Genova grazie all'aiuto dei collezionisti Emilio Jesi e Alberto Della Ragione. Mafai venne richiamato alle armi e inviato a Macerata, la famiglia si divise. Furono anni difficili eppure molto prolifici per Antonietta che lavorò a molte delle sue sculture più significative.

Nel 1943, mentre gli alleati riconquistavano il meridione e i tedeschi mantenevano il controllo dell'Italia centro-settentrionale, Antonietta e le figlie tornarono a Roma. L'anno successivo, quando finalmente la città venne liberata, Raphaël trovò uno spazio all'Accademia di Belle Arti grazie all'intercessione di Mino Maccari, ma a causa delle difficoltà materiali, nel 1945 partì nuovamente per Genova dove rimase per circa sei anni. Nel dicembre 1951 tornò a vivere a Roma, ma furono frequenti i suoi soggiorni in Sicilia, dove risiedeva la figlia Simona, e i viaggi in Spagna, in Cina e a Londra, dove tornò alla ricerca di alcune tele degli anni Venti che aveva lasciato a Jacob Epstein allo scopo di organizzare una mostra alla Redfern Gallery. Quei lavori perduti durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale non furono mai ritrovati.

L'intera biografia di Raphaël è fatta di continui spostamenti, di viaggi desiderati o inevitabili, di persecuzioni temute, di fughe, un tema assai ricorrente nell'opera scultorea.

Donna scultrice in Italia tra le due guerre. Che ne pensavano i suoi contemporanei? Con quali altre donne artiste in Italia, o anche in altri paesi Europei, potrebbe essere paragonata?

Nella società fascista dell'epoca, profondamente patriarcale, l'autonomia femminile era molto limitata. Stato e Chiesa codificarono per la donna un ruolo subalterno relegato all'ambito familiare. Alle artiste era consentito ricoprire incarichi ma senza acquisire potere, esporre ma non in mostre personali e la scultura era considerata cosa da uomini, anche se di scultrici ce n'erano più di quante oggi se ne ricordino. Ma la produzione della Raphaël mostra una progressiva originalità sia tematica sia stilistica e pure quando affronta un motivo frequente come la maternità, ad esempio, lo fa in modo inconsueto, interpretandola nel senso più profondo di "creazione", come l'origine di tutte le cose. L'assenza di retorica nella sua ispirazione, il rifiuto del monumentalismo allora molto in voga, così come la scelta di temi biblici e mitologici, assenti o poco praticati nell'arte di quel periodo, ne fecero via via che si allontanò dalla suggestione della plastica francese di Bourdelle e Maillol un'outsider affascinante, unica.

La critica che ne aveva apprezzato la pittura sul finire degli anni Venti, non poté però riservare lo stesso sguardo alla scultura che andò in mostra solo un paio di volte tra il 1937 e il 1938, pur guadagnando giudizi molto positivi. Poi l'interdizione dall'esporre, la guerra, l'urgenza di nascondersi resero Raphaël di fatto invisibile.

Coloro che ebbero l'opportunità di frequentarla, come i collezionisti Jesi e Della Ragione, gli scultori Giacomo Manzù e Marino Marini, i critici Longhi e Carlo Ludovico Ragghianti, ad esempio, la stimavano molto, tanto da considerarla un vero "scultore". In quell'androceo che era l'ambiente artistico dell'epoca, la declinazione al maschile era la misura d'una sincera considerazione. Ciò detto, è difficile se non impossibile paragonare il suo percorso a quello di altre artiste coeve.

All'inizio di quest'anno è stato presentato alla GNAM di Roma il catalogo delle sculture di Raphaël. Generalmente solo gli artisti di una certa importanza meritano studi di tale rilevanza. Possiamo dire che Raphaël è tra i nomi più importanti nel panorama dell'arte italiana del XX secolo?

Talune sculture fecero affermare a Cesare Brandi, uno dei maggiori critici d'arte italiani del Novecento, che Raphaël era senza dubbio "l'unica autentica scultrice italiana". Un complimento non da poco. E direi che sì, certamente possiamo annoverare Antonietta Raphaël tra le artiste più rilevanti del Novecento italiano anche se il riconoscimento è arrivato molto tardi. Tra il 1948 e il 1954 espose nelle varie edizioni della Biennale di Venezia, nel 1960 fu pubblicata la prima monografia e fu insignita di una medaglia d'oro per meriti artistici e culturali. Il recentissimo catalogo generale della scultura (a cura di Giuseppe Appella e promosso dal Centro Studi Mafai Raphaël) era atto doveroso e fondamentale non solo per definire e chiarire alcuni punti, ma proprio per ribadire una volta per tutte la qualità e l'importanza di questa artista. E speriamo di poter affrontare in un prossimo futuro anche il corpus dei disegni e la produzione pittorica.

Ha mai menzionato o magari progettato di visitare la sua città natale Kaunas?

Antonietta Raphaël non aveva una precisa attitudine alla memoria, non soffriva alcuna nostalgia del passato, ciò che era accaduto era accaduto. Non era interessata a ciò che non si può modificare, trasformare. Raphaël guardava sempre e solo al futuro e di rado si è lasciata andare ai ricordi nei suoi diari: "Non bisogna mai troppo idolatrare il passato, bisogna camminare innanzi", diceva. C'è però un episodio che fa eccezione. Nel maggio del 1956 si recò in Cina con una delegazione di artisti italiani per partecipare ad una mostra collettiva organizzata a Pechino. All'epoca il viaggio era lunghissimo, erano necessari diversi giorni per colmare in aereo la distanza tra l'Italia e la Cina, tragitto che prevedeva diverse tappe intermedie tra cui Vilnius. In una nota di diario esprime tutta la sua contentezza di essere lì. Racconta di essersi informata su come è diventata Vilnius – e le rispondono che è una bella città, ma che Kaunas, benché più piccola, è ancora più bella. Scrive allora che una "strana sensazione" la pervade, un misto di gioia e tristezza. Prova un grande rammarico perché dopo cinquant'anni si trova lì, all'aeroporto, a soli 15 km dalla città ma non può fermarsi a visitarla, deve ripartire, andare avanti.

Grazie e speriamo che Antonietta Raphaël Mafai possa tornare a Kaunas, nel suo Paese di origine, almeno attraverso le opere.

 

 

 

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