Mafai

Mario Mafai 1902 – 1965 - 6 luglio – 15 settembre 1986
Palazzo Ricci e Pinacoteca Comunale, Macerata 
Catalogo della mostra: Edizione, De Luca Editore/ Mondadori 
Saggio in catalogo di Flaminio Gualdoni

Saggio: Flaminio Gualdoni

Estratto

Quando, nel 1943, Santangelo pubblica per le Edizioni della Galleria della Spiga e di Corrente il volumetto dedicato a Mafai nei “Quaderni del disegno contemporaneo” , l’artista è nel pieno di uno dei più complessi e sottili “slittamenti programmatici” tra quanti caratterizzano la lunga sua vicenda tra guerra e dopo­guerra. 

Egli vive una crisi. Crisi che non è debito di stimoli, o calo di tensione sti­listica, o squilibrio improvvisamente aggallato di mezzi: che scaturisce dal collidere silenzioso ma drammatico tra le ragioni tutte esterne del suo essere nella pittura e il lavorio ossessivo, interno, irrelabile, di una coscienza che sa la propria irrevo­cabile estraneità storica. A quarant'anni, tra Genova e Roma, egli è già certificato maestro. La consan­guineità con Scipione, via Cavour mitizzata, Demolazioni e Fantasie erette, bon gré mal gré, a stendardi della moralità indignata dei tempi, e a prodromi di quell'arte "nazionale e popolare", sinergia di tensioni politiche e civili, che farà la cultura nuova, sono i segni macroscopici del suo consistere come figura pubblica, riferi­mento e modello necessario d'una generazione.

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Tant'è. C'è urgenza di realtà, di storia, e cronache, e castelletti retorici di nuo­vi discorsi, d'un sentirsi vivere tutto specchiato nelle parvenze del vivere per qual­cosa. Che Mafai concepisca il fare, l'indignazione stessa, come il proprio fare, come la propria indignazione, come separatezza renitente a ogni esemplarità, a ogni con­frérie ecclesiale, in fondo poco importa. Che abbia rinunciato a invader l'Italia col veleno dolce dei suoi fiori per ten­tare la singolarità irripetibile dell'immagine estrema, per uscire definitivamente dal marasma dei nutrimenti terrestri, e non per seguire basculando le querelles tra gli apologeti provinciali del formalismo e i loro simmetrici del realismo – con l'incu­bante terza via astratto-concreta – conta ancor meno. A lui, vocato al mormorio solitario, al laicismo da ogni verbo, si chiede d'es­sere maestro di parole chiare, e univoche, che tengano il passo delle fragorose eco­lalie critico-ideologiche. Egli però continua a mormorare, a coltivar dubbi in luogo di speranze, ergo, si proclama, è in crisi, né gli tocca l'aeropago dei consacrati, ma l'umiliazione di chieder continua venia alla mediocrazia.

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Mafai si tiene ancorato al paesaggio, alla figura, alla natura morta, ma sacri­ficando il motivo, il lievito sentimentale che pur sempre risuona nelle sue pitture. Le periferie, le vedute di Fiumicino, così come i fiori i barattoli i peperoncini, divengono costrutti elementari, strutturalmente elusivi, ritrovano la propria scala di valori nello scambiarsi magro e risentito dei toni, nella luce salda e senza splendori che ne imbeve i rapporti e li rende evidenza semplice, appena concedendosi so­prassalti di rosso, di viola, nella tonalità minore degli azzurri imbigiti, degli ocra deperiti a terra spenta. Le pennellate si poggiano brevi, come timorose del guizzo di grazia, macerano il colore anziché eccitarlo, sfibrano la materia in rinunce continue, in temperature rattenute, in emozioni filtrate e meditate fino all'estraneità. Certo, è pur vero che questo che dipinge è un Mafai preoccupato, così ansioso di controllo sul processo pittorico e così assediato dalla scelta di essere uomo di verità – per quanto consapevolmente illusoria, perdente – piuttosto che bizantino uomo di parola schie­rato su l'una o l'altra barricata, ma contemporaneamente in coscienza presente ai tempi, da rattrappire l'estensione naturale, fisiologica direi, dei suoi raggiungimenti e possibilità, in una sorta di continua autocertificazione di rigore.

Proprio in questo tempo, il giovane Scialoja gli dirige un'esortazíone assai sin­tomatica: "Diffida dai garzoncelli petulanti che si permettono starti alla pari, non far coro nel rinnegare e spregiare i tuoi simbolici fiori secchi. Scava, approfondisci, arricchisci nella tua direzione, sii fedele a te stesso, al tuo dolore. Decidi di non esser popolare nelle brigate turbolente o sugli sgrammaticati giornaletti d'avanguar­dia. Fatti superare dai tempi, ma rendi sempre più solenne il tuo tempo interno; non esser contemporaneo ma sii contemporaneo a te stesso, fatti pure trascinare dalla cronaca piuttosto che comportarti con essa in modo subdolo e affascinato, come il vecchione con Susanna. Guarda d'essere inattuale, di apparire in ritardo, addirittura sepolto". Non con l'attualità si gioca la partita di Mafai, ma con il tempo. Il suo purismo è come si misurasse continuamente con il fantasma ostinato e digrignante dell'ultimo Cézanne, eretto in lui a grande modello della vocazione definitiva al silenzio, all'alterità.

(...)

Nel clamore scandalistico della mostra alla Tartaruga del '59, tra rifiuti e cooptazioni facinorose, tra gongolii e ripulse di critici che ancora pretendono d'e­largire medaglie, Mafai ritrova senso e respiro di quel limite sottile, di bruciante angoscia, che era stato – questo sì, pienamente, seppur in altre fattezze – delle al­lucinate tensioni iniziali. Sente finalmente correre nei propri nervi, nelle proprie vene pulsanti, la cupa felicità finale del suo Cézanne, del suo Greco, del suo Ti­ziano. Certo, gli altri parlano di Wols e Tobey, compagni dell'ultima Biennale, e di Pollock e De Staël – qualcuno, più acuto, di Gorky –, monumenti di dispersione eroica, esemplari sconfitti. Certo, pur nel suo voler essere marginale, né eroe né esempio, Mafai li guarda: anch'essi hanno un'intensità da offrire, imprigionata in quei totem franati. Ma lui non è uomo di simboli, o allusioni; soprattutto è disincantato al fare per energia attiva. Il suo è un avvertirsi vivere, non un sentirsi vivo; senza aperture prospettabili. Rinascere, Pensieri inutili. I gesti sono brevi, contratti, come crampi senza pul­sioni che si alzano su un fondo più disteso e zonato, come nuclei grumosi che lie­vitano irritati a misurare una profondità, a moltiplicarsi evitando il rischio banale delle due dimensioni, dell'ultimo sospetto decorativo. I bordi chiudono ancora, in una ritrovata tensione centripeta: non sono convenzioni: l'opera, tutta, è la stre­mata esperienza. Cancellare la mernoria. I reticoli, semplici blu gialli rossi, si serrano fittissimi a occludere lo spazio, a pressarlo, in una crescita che non è regola ma annaspare saturando, per toni disagiati, per elisioni continue.

 (http://flaminiogualdoni.com/?p=2105 )

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